28 marzo 2016

Quo vadis?, di Henryk Sienkiewicz

Quo vadis? (Quo Vadis? Powiesc z czasow Nerona), di Henryk Sienkiewicz

Anno di prima pubblicazione: 1895

Edito da: San Paolo Edizioni, Francesco Libri

Voto: 7,5/10

Pagg.: 448 (nell'edizione San Paolo)

Traduttore: Paolo Valera (nell'edizione Francesco Libri)

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Roma, ultimi anni dell'impero di Nerone. Il patrizio romano Marco Vinicio, nipote dell'arbiter elegantiae Caio Petronio, si innamora della bellissima Licia, figlia del Re dei Lici, popolo barbaro proveniente dal Nord Europa.
Oltre a non essere romana, Licia è di fede cristiana e l'amore verso Vinicio sembra impossibilitato proprio dalle molte diversità esistenti tra i due.
Eppure, la ferma volontà di quest'ultimo lo porterà a fare di tutto pur di ottenere la sua mano, fino alla decisione di convertirsi alla nuova religione, che proprio in quegli anni stava vivendo tempi bui a causa delle persecuzioni di Nerone, il quale, dopo aver dato ordine di appiccare il fuoco alla città eterna, aveva lasciato cadere la colpa proprio sui cristiani.

Il Quo vadis di Sienkiewicz, oggi purtroppo alquanto dimenticato e di difficile reperimento, fu un best-seller internazionale sul finire dell'Ottocento e nei primi del Novecento, tanto da valere al suo Autore il premio Nobel per la letteratura del 1905, il quinto dalla nascita del riconoscimento, conferitogli “per i suoi notevoli meriti come scrittore epico”.
Il successo che all'epoca riscosse questo libro è testimoniato anche dalle numerose trasposizioni cinematografiche (almeno tre nell'età del muto), tra cui l'omonimo film di Enrico Guazzoni del 1912, assai famoso per essere stato il primo kolossal italiano, iniziatore della celebrata tradizione dei film muti di carattere storico del nostro Paese.

Il romanzo è ambientato nella Roma dell'imperatore Nerone, quella degli ultimi anni del suo governo, indicativamente dal 63 d.C. al 68 d.C.
La presenza di due personaggi principali (Marco Vinicio e suo zio Caio Petronio – liberamente tratto da Petronio Arbitro) che facevano parte della corte dell'imperatore (i cosiddetti augustiani) fa sì che l'Autore possa addentrarsi nella descrizione delle vicende imperiali, spesso in chiave satirica, incluso il famigerato episodio dell'incendio di Roma.
La storia d'amore tra Vinicio e Licia, pur ben rappresentata, sembra dunque quasi un pretesto per descrivere la Roma dei tempi di Nerone e soprattutto per narrare la vita e la condizione dei primi cristiani che vivevano nell'Urbe: sottoposti a torture e massacrati nelle arene dopo che era stata loro addossata la colpa dell'incendio della città eterna, l'Autore ci fa vivere con trasporto la loro triste ed inesorabile condizione di perseguitati che ciò nonostante non perdevano la fede, morendo dignitosamente, senza mai ribellarsi, e con ciò facendo ancor di più infuriare Nerone e i suoi accoliti.
Tra i vari personaggi secondari (o per meglio dire non principali), troviamo, oltre a Nerone e Poppea, proprio due figure di spicco di quella che diventerà la Chiesa Cattolica: gli apostoli Pietro e Paolo di Tarso, morti da martiri proprio negli ultimi anni dell'impero di Nerone, in quello che fu un vero e proprio repulisti generale di cristiani.
Proprio San Pietro è protagonista dell'episodio tradizionale (non raccontato nei Vangeli, bensì nel libro apocrifo degli Atti di Pietro) che dà il titolo al romanzo. Si narra che mentre Pietro tentava di fuggire dalle persecuzioni, incontrò Gesù sulla Via Appia e dopo avergli domandato:
Quo vadis, Domine? (Signore, dove vai?)
Gesù gli rispose:
Eo Romam, iterum crucifigi (Vado a Roma, per essere crocifisso nuovamente).
Dopo questa risposta, Pietro tornò sui suoi passi e si recò nuovamente a Roma, accettando il martirio.

Le persecuzioni ai cristiani occupano una parte considerevole del romanzo. Curiosa è la ricostruzione della visione che i pagani avevano di coloro che professavano questa nuova religione venuta dal Medio Oriente:
Si dice che i cristiani adorino la testa di un asino, siano nemici del genere umano e permettano i delitti più orrendi”.
I cristiani vengono accusati di avvelenare pozzi e fontane, di uccidere i bambini e di abbandonarsi “alla più sfrenata depravazione”. L'autore confuta tali affermazioni descrivendo invece un popolo pio e fedele, totalmente volto all'amore verso il prossimo, anche per quelle stesse persone che li perseguitano e li vogliono mandare a morire.
Questo è uno degli aspetti che meno riescono a spiegarsi i romani: “un uomo ricco si può permettere ogni cosa, anche di essere virtuoso. (…) non capisco come vi siano tanti poveri tra i seguaci di Cristo”.
La descrizione che l'autore fa di Pietro è quella di un uomo che è già santo tra gli uomini, un essere straordinario nella sua bontà e nella sua capacità di guidare il suo popolo verso il bene:
Il vecchio che gli stava dinanzi era a un tempo semplice e straordinario. L'individualità grandiosa dell'uomo usciva appunto dalla semplicità ammirabile. Egli non aveva mitra sulla testa, né ghirlande di foglie di querce alle tempie, né palma in mano, né tabella dorata sul petto, né indossava la bianca veste ricamata di stelle, nulla insomma delle insegne portate dai sacerdoti dell'Oriente, dell'Egitto, dai Greci e dai Flamini romani”.
Pietro dimostra di avere qualche piccolo tentennamento, soprattutto nel periodo in cui così dolorosi e strazianti si mostrano ai suoi occhi la persecuzione e il massacro del suo popolo:
Non in Gerusalemme, ma nella città di Satana edificherai la tua capitale. Qui, da queste lacrime e da questo sangue, Tu vuoi che sorga la Tua Chiesa. Qui, dove oggi impera Nerone, deve stare il Tuo regno in eterno”.
Eppure, il martirio dei cristiani servirà per emendare quella città che “dominava il mondo, ma ne era anche l’ulcera”.
Colui che si era macchiato di quegli orrendi crimini di lì a pochi anni vedrà tramontare il suo potere e sarà costretto al suicidio dopo una ribellione interna:
E così Nerone è passato come un turbine, come una tempesta, come un incendio, come passa la guerra o la morte. Ma la basilica di Pietro, dall'alto del Vaticano, domina ancora la città e il mondo. Vicino all'antica porta Capena, ancora oggi si vede una piccola cappella, coll'iscrizione alquanto logorata: Quo vadis, Domine?”.

Il libro di Sienkiewicz è estremamente faticoso nella prima parte (il che mal si concilia con la originaria natura di romanzo a puntate), forse perché scritta a larghi tratti secondo canoni stilistici improntati ad un barocchismo linguistico.
Superato il primo terzo, tuttavia, l'opera inizia a prendere il decollo, raggiungendo il culmine del coinvolgimento del lettore nella parte in cui sono descritti le persecuzioni e il massacro dei cristiani. È questa la parte che più si avvicina all'idea moderna di romanzo storico, molto attento all'azione e ai dialoghi serrati e avvincenti.
Nel complesso, si tratta di un romanzo che vale ancora la pena riscoprire, soprattutto per gli appassionati di storia dell'antica Roma e per coloro che intendono approfondire il clima dei primi anni del Cristianesimo, con tutte le riserve filologiche del caso, per quanto ovvio.

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