16 agosto 2016

Gli anni Trenta, di Piers Brendon

Gli anni Trenta. Il decennio che sconvolse il mondo (The Dark Valley: A Panorama of the 1930s), di Piers Brendon


Anno di prima pubblicazione: 2000

Edito da: Carocci

Voto: 9,5/10

Pagg.: 741

___

Gli anni Trenta si aprono con la terribile crisi economica mondiale generatasi a seguito del crollo delle borse dell'ottobre 1929, che pose fine ai Roaring twenties nel peggiore dei modi. Una crisi colpevolmente sottovalutata dal presidente statunitense Herbert Hoover, che pensava, almeno inizialmente, di poterla combattere con surreali appelli all'ottimismo.
Ma la situazione era disperata, come dimostravano i milioni di disoccupati e di poveri che affollavano le mense di carità, il crollo dei prezzi e il conseguente esubero di prodotti agricoli (il frumento era meglio bruciarlo al posto della legna piuttosto che venderlo a prezzi da miseria). Una crisi che si autoalimentava e che non riceveva risposte efficaci da parte del governo, fomentando lo spettro di una rivoluzione comunista le cui prime avvisaglie furono tuttavia prontamente sedate. La Grande Depressione aveva anche un simbolo architettonico, quell'Empire State Building inaugurato in pompa magna nei primi anni Trenta, ma per i cui uffici si faticava a trovare degli affittuari.
Fu gioco facile per Franklin Delano Roosevelt ottenere l'elezione alla presidenza nel novembre del ‘32 (proprio contro Hoover).
Nel primo capitolo del libro l'autore presenta i due presidenti USA senza fare sconti e in modo decisamente critico. Lo stesso popolarissimo Roosevelt viene mostrato come un politico ambizioso che cercava di piacere a tutti i costi agli interlocutori più diversi. Non che ciò fosse necessario, visto che perdere le elezioni contro Hoover sarebbe stato praticamente impossibile, come sancito dalla famosa battuta del vice di Roosevelt, secondo cui a quest'ultimo sarebbe bastato arrivare vivo al giorno delle elezioni.

La nazione che, dopo gli Stati Uniti, subì maggiormente le conseguenze della Grande Depressione fu la Germania uscita sconfitta dalla prima guerra mondiale. Anche per tale motivo, ossia a causa delle sanzioni di guerra imposte dai vincitori, i tedeschi già versavano in una condizione di profonda crisi economica che non poté che aggravarsi ulteriormente.
In tale contesto, per un efficace oratore populista come Adolf Hitler - un austriaco che aveva combattuto nella Grande Guerra - fu semplice cavalcare l'ondata di malcontento fino ad arrivare al potere.
Forse non avrebbe potuto farcela, però, senza l'abile regia di Goebbels, vero e proprio stratega dell'ascesa al potere del nazionalsocialismo (un movimento che all'origine contava meno di un migliaio di seguaci e che nella prima tornata elettorale cui partecipò prese poco più del 2,5% dei voti). A tal fine, Goebbels si servì con efficacia dello strumento della propaganda, l'arte di circuire l’opinione pubblica, ricorrendo senza alcuno scrupolo alla menzogna e all'esaltazione teatrale, iperbolica ed enfatica di fatti più o meno reali. Fondamentale fu anche l'instaurazione di un vero e proprio clima di terrore, con violenze e soprusi che ricordavano quelli delle camicie nere in Italia, cui si univa la caccia all'ebreo, eletto a capro espiatorio delle miserie dei tedeschi.
Le adunate di Hitler venivano definite con grande efficacia da Goebbels come le "funzioni religiose" del movimento, le occasioni in cui maggiormente si esprimeva lo strumento della propaganda.
Goebbels era un uomo di bassa statura e con un piede zoppo a causa probabilmente di una disabilità infantile: fisicamente molto lontano, dunque, dal prototipo della razza ariana, cosa che gli causò una frustrazione sfogata in una proverbiale malvagità. La sua sincera idolatria nei confronti di Hitler gli valse un posto di primo piano nella prima linea del futuro führer, nonostante le rimostranze che qualcuno muoveva riguardo le sue imperfezioni fisiche.
Invertendo il noto detto di von Clausewitz, l'autore spiega come Hitler e Goebbels fecero sì che la politica diventasse la "continuazione della guerra con altri mezzi", soprattutto nella decisiva stagione elettorale del '32, che vide dapprima la doppia sconfitta di Hitler contro Hindenburg per le elezioni alla presidenza, vendicate però dalle successive affermazioni, tra cui quelle nelle elezioni per il Reichstag, che valsero al futuro führer - che pur raccolse solo la maggioranza relativa dei consensi - il cancellierato nel gennaio ‘33 (dopo gli ultimi tentativi di Hindenburg di affidare il governo prima a von Papen, poi a von Schleicher). Le violenze delle SA - le famigerate “camicie brune” - furono decisive in un clima sempre più assimilabile a quello di una guerra civile.

Nella sua ascesa al potere, Hitler si era in parte ispirato al regime dittatoriale instaurato in Italia, ormai da circa un decennio, da Benito Mussolini.
Il duce arrivava alla soglia degli anni Trenta con un potere consolidato, da ultimo, dalla benedizione della Chiesa dopo la firma dei Patti Lateranensi del '29. Pio XI, inizialmente più affascinato che diffidente verso il regime fascista, aveva deciso di appoggiare il duce ricevendone vantaggi e privilegi che rafforzavano di fatto la posizione della Chiesa, notevolmente ridimensionata dall'unità d'Italia.
Un papa che era già passato sopra atti criminali come l'assassinio di Matteotti con un colpevole atteggiamento passivo.
L'Italia del duce, per il resto, si divideva tra alcuni vantaggi che il regime sembrava indubbiamente aver portato (i treni arrivavano finalmente in orario) e scelleratezze economiche pagate a caro prezzo dai cittadini, ma abilmente mascherate dallo strumento della propaganda: l’autarchica battaglia del grano comportò l'aumento dei prezzi, una gestione inefficiente delle risorse agricole e il peggioramento delle abitudini alimentari degli italiani (che mangiavano poca carne anche perché il bestiame si era ridotto a causa dell'elevato prezzo del foraggio); sul fronte della politica monetaria, la decisione di rafforzare la lira, sull'esempio della sterlina, comportò l'impoverimento generale, il calo delle esportazioni e la diminuzione dei salari. Ma gli italiani erano abituati alla povertà e non accusarono il colpo oltre il dovuto (anche se in certe zone d'Italia per sopravvivere si mangiavano erbe selvatiche).
Mussolini ebbe gioco facile, una volta scoppiata la crisi del ‘29, a dare la colpa a Wall Street. E quando la propaganda non bastava, subentrava l'olio di ricino.
L'attenzione alla forma più che alla sostanza, le continue promesse non mantenute, la censura, il culto della persona del duce, la ricerca di azioni eclatanti (come le imprese di Balbo nell'aviazione) fecero il resto del lavoro, gettando fumo negli occhi di un popolo sempre più povero ma così provinciale, rurale e culturalmente arretrato che "qualsiasi genere di bluff fa[ceva] colpo" su di esso.

Al di là delle Alpi, la Francia era la nazione che aveva meglio retto il colpo allo scoppio della Grande Depressione. Prospera e dotata del miglior esercito di terra del mondo, viveva tuttavia un'instabilità politica notevole che portava all'alternanza di un gran numero di governi. Sul fronte della politica estera, il pericolo avvertito come più vicino, quello di una nuova guerra con una Germania vendicativa e revanscista, veniva combattuto su due fronti: alcune concessioni per mitigare le dure condizioni di Versailles e la costruzione della linea Maginot, monumentale e onerosa opera difensiva che si rivelerà un totale fallimento (tra i più inutilmente costosi nell'ambito della deterrenza bellica).

All'inizio degli anni Trenta l'Inghilterra fu seriamente colpita dalla Grande Depressione, con un aumento della disoccupazione che portò il Paese sull'orlo di quello che sarebbe stato un imbarazzante fallimento (i sussidi vennero a raggiungere importi complessivi non più sostenibili). La crisi comportò, da un lato, l'insorgere del rischio di una rivoluzione comunista (emblematico l'episodio dell'ammutinamento di Invergordon, che ricordava quello della corazzata Potëmkin); dall'altro, ci fu l'emergere di movimenti ispirati ai totalitarismi esteri, come il partito fascista di Mosley, che si richiamava a Mussolini (da cui era finanziato) e che ebbe il suo apice nel 1934. Ma l'Inghilterra nutriva una profonda avversione per gli estremismi, di destra e di sinistra, e riuscì a sedare entrambi i movimenti, che non raggiunsero mai soglie maggioritarie. Nella seconda parte degli anni Trenta una ripresa economica tanto insperata quanto consistente fece della Gran Bretagna uno dei Paesi più benestanti del Vecchio Continente, allontanando lo spettro del populismo.

Le ambizioni imperialiste del Giappone, una potenza in grande ascesa ma ancora sottovalutata, si concretizzarono nei conflitti con la Cina e nell'invasione della Manciuria (1931) ove fu creato lo Stato fantoccio del Manciukuò. Un evento che evidenziò, per la prima volta in modo serio, le crepe nel sistema della Società delle Nazioni.
L'escalation fu completata sul finire del decennio con la seconda guerra sino-giapponese, che inizierà nel ‘37 con la rapida occupazione, da parte dei nipponici, di Shanghai e Nanchino (ove fu compiuto uno dei più terribili massacri di guerra del Novecento) e proseguirà in corrispondenza del secondo conflitto mondiale.

In Unione Sovietica la posizione di Stalin quale erede di Lenin (personalismi che continuavano di fatto la tradizione zarista) si era notevolmente consolidata e continuerà a farlo negli anni Trenta grazie alla propaganda e alle epurazioni di massa dei dissidenti o di coloro che erano pericolosi per la sua posizione di potere (come era già avvenuto per Trockij).
L'arretratezza economica della Russia, che continuava ad essere un problema (nonostante la Rivoluzione del ’17), fu contrastata da Stalin con la spinta all'industrializzazione e all'urbanizzazione, con buona pace degli ideali di eguaglianza (ai lavoratori specializzati e più attivi erano garantite paghe più alte e vari privilegi). Stalin intraprese una lotta interna contro i kulaki, i contadini individuati quali (con)causa dell'arretratezza russa, che vennero piegati con una carestia che causò milioni di morti (le terribili condizioni degli ucraini portarono alla diffusione del cannibalismo, incluso quello infantile).

Il piano quinquennale staliniano - che al netto delle mistificazioni della propaganda si era comunque dimostrato efficace per risollevare l'economia sovietica - aveva riscosso consensi anche nella capitalista America, messa in ginocchio dalla Grande Depressione.
Quando a gran voce (persino da parte dei conservatori) si chiese di studiare qualcosa del genere anche per gli USA, il neoeletto Roosevelt elaborò il New Deal, un piano capace di rigenerare l'economia americana con una serie di iniziative pubbliche, tra cui una delle più importanti fu sicuramente l'istituzione della TVA, la Tennessee Valley Authority, esempio di radicale trasformazione di una zona economicamente depressa.
L'interventismo di Roosevelt era in ogni caso ben diverso da quello di Stalin in Unione Sovietica: "La sua versione della pianificazione economica non fu socialismo, ma capitalismo di Stato".
Il New Deal, nonostante alcune incongruenze e contraddizioni negli interventi, ebbe un successo quasi miracoloso che risollevò il Paese fin dai primi mesi della presidenza Roosevelt, garantendo a quest'ultimo l'immortalità politica. Non che tutti i problemi degli USA fossero stati risolti, ma il piano ebbe il pregio di rimettere in moto la Nazione e infondere fiducia e ottimismo in cittadini che la Grande Depressione aveva portato sull'orlo della disperazione (per non dire della rivoluzione).

Hitler arrivò al potere nello stesso periodo di Roosevelt (ossia nel momento peggiore della crisi economica, tra la fine del '32 e l’inizio del '33) ed impresse fin da subito una svolta autoritaria utilizzando a suo favore un avvenimento del febbraio 1933: l'incendio del Reichstag, opera di un marxista olandese (anche se i sospetti internazionali erano caduti sugli stessi nazisti) che permise al führer di scagliarsi contro comunisti ed ebrei in una drammatica escalation di violenze. La strada verso la dittatura e l'oscurantismo era stata intrapresa e al rogo del Reichstag seguì quello, voluto da Goebbels, dei libri invisi al regime, un fatto che portò alla memoria antiche, drammatiche profezie puntualmente pronte a riverificarsi, come quella di Heine: "Quando si bruciano i libri, prima o poi si mettono al rogo anche gli esseri umani".
La corsa al riarmo fece sì che la Germania nazista si rivelasse una delle Nazioni che meglio stava affrontando la crisi economica, gettando fumo negli occhi sia dei tedeschi sia di alcuni stranieri, che passarono così sopra le violenze in nome delle migliori condizioni di vita, fino ad arrivare addirittura a credere che il totalitarismo rappresentasse una ricetta forse indispensabile per la prosperità economica.
Il 1934 fu un anno fondamentale per l'esasperazione della dittatura nazista con una serie di avvenimenti determinanti. Nella notte dei lunghi coltelli Hitler eliminò senza scrupoli i dissidenti delle SA, tra cui il suo ex compagno di avventure Röhm, che le dirigeva. Si accrebbe così il potere di Göring e Himmler, capo delle SS. Nell'estate, la morte di Hindenburg portò anche formalmente tutti i poteri nelle mani della nuova carica del führer. Infine, i campi di concentramento - nati sul modello di Dachau, il prototipo creato già nel marzo del ‘33 dopo l'incendio del Reichstag - furono affidati alla gestione inumana delle SS.
Si sostiene che la notte dei lunghi coltelli fosse stata ispirata al führer (oltre che dalle mire di Göring e Himmler) da una frase detta da Mussolini, con cui si incontrò a Venezia per la prima volta nel giugno del '34. Se probabilmente non corrisponde al vero il fatto che un Hitler indubbiamente non a suo agio rimase ammirato dall'efficienza dell'Italia fascista (anzi, non poté che rilevare alcuni atteggiamenti non esattamente marziali dell'esercito italiano) di sicuro egli fu impressionato dalle doti oratorie e di coinvolgimento delle masse di Mussolini. Goebbels e Hitler posero rimedio a questo deficit che ancora mancava per raggiungere e superare il fascismo con l'organizzazione del raduno di Norimberga, vero e proprio monumento alla propaganda che nel settembre ‘34 fece scalpore in Germania e all'estero grazie anche al film documentario che ne trasse la regista Leni Riefenstahl, con tecnica e stile innovativi.

La risposta di Mussolini ad una Germania che si candidava a monopolizzare le paure delle democrazie europee fu l'avventura coloniale intrapresa contro l'ultimo pezzo di terra africana che non era oggetto di dominazione da parte delle potenze occidentali: quell'Abissinia/Etiopia che sul finire dell'Ottocento aveva inflitto una pesante sconfitta proprio agli italiani, in un caso più unico che raro di resistenza all'assoggettamento colonialista.
Questa volta il duce non voleva sorprese e schierò una macchina da guerra imponente, che pur faticò non poco contro i valorosi etiopi di Hailé Selassié. L'Italia aveva dalla sua la superiorità tecnologica (tra cui il dominio incontrastato dei cieli) ma ciò nonostante dovette ricorrere al criminale utilizzo di armi chimiche per avere la meglio.
Quest'ultimo fatto e la stessa aggressione coloniale causarono i dissapori di Francia e Inghilterra che si trovavano però nella debole e ipocrita condizione di accusatori delle altrui pretese imperialiste dall'alto di sterminati possedimenti coloniali. Il duce aveva in ogni caso saputo circuire uomini chiave di entrambi i Paesi, per trasformare le censure nei suoi confronti in accesi dibattiti interni ai paesi accusatori.
Seppur col proverbiale senno di poi, c'è chi ritiene che un intervento forte da parte inglese contro l'Italia per evitare l'aggressione all'Etiopia avrebbe potuto rappresentare quella svolta che mancò negli anni Trenta per evitare il precipitare della situazione politica (si sarebbe probabilmente isolato Hitler, intimidito il Giappone aggressore della Manciuria ed evitato l'escalation spagnola).
La guerra in Etiopia pose così la pietra tombale sulla Società delle Nazioni, dopo che essa aveva già fallito nell'affaire Manciuria: le sanzioni all'Italia furono inefficaci e servirono anzi soltanto a creare un consenso granitico in patria attorno al duce (i cittadini donarono persino la fede nuziale per finanziare la campagna militare). Nel ‘36 Mussolini raggiunse l'apice della sua popolarità quando proclamò l'Impero, iniziando a credere davvero alla propria onnipotenza. In realtà la campagna d'Etiopia era stata inutilmente onerosa (sebbene avesse permesso di sfogare all'esterno le frustrazioni della crisi economica) e combattuta contro un nemico non dello stesso livello (e le conseguenze si sarebbero viste poi in Spagna e durante la seconda guerra mondiale).
L'auto-sopravvalutazione che fece di sé l'Italia fascista dopo la campagna etiope finirà per consegnarla nelle mani di Hitler.

Le prove generali di un'alleanza che sembrava inevitabile, quella nazi-fascista, furono effettuate in occasione dell'evento che Brendon definisce "la gola del canyon": la guerra civile spagnola, che rappresentò un anticipo di ciò che di lì a poco si sarebbe scatenato in Europa.
Il conflitto combattuto in terra iberica fu il primo vero banco di prova dei nuovi equilibri europei, la prima occasione di uno scontro sul campo tra democrazia e totalitarismo (che a causa del mancato intervento delle potenze occidentali divenne però uno scontro tra comunismo e fascismo), combattuto in un Paese povero e arretrato, dominato da forti contrapposizioni regionali. Fu una guerra in cui si espresse una visione manicheista degli schieramenti, il male e il bene (a seconda di come la si pensava), in un Paese che sembrava dominato da nette contrapposizioni, rappresentate emblematicamente dal sol / sombra dei posti a sedere della corrida.
Ecco perché il conflitto diventò ideologicamente rilevante, portando all’intervento, soprattutto sul fronte repubblicano, di decine di migliaia di volontari provenienti da tutte le Nazioni, che per la prima volta nella storia recente combattevano per un'ideale e non per la mera appartenenza ad una patria che erano chiamati a difendere.
Le Brigate internazionali (nelle cui fila militò anche George Orwell), schierate coi repubblicani, rappresentavano la reazione ai fascismi da parte dei cittadini delle democrazie occidentali (e non solo, visto che vi erano anche migliaia di antifascisti italiani), ponendo rimedio all'inazione diretta dei loro governi, ancora convinti che una via d'uscita non militare alla situazione europea fosse percorribile.
La Francia di Léon Blum, primo premier socialista della Terza Repubblica, non intervenne infatti nel conflitto (nonostante, in caso di vittoria di Franco, si sarebbe trovata accerchiata dai totalitarismi), confermando la linea successiva alla militarizzazione della Renania da parte di Hitler, che aveva portato l'Europa vent'anni indietro.
Diverso invece l'approccio di Mussolini e Hitler, che diedero appoggio diretto al generale Francisco Franco, contrastando l'aiuto ai repubblicani dei sovietici, gli unici che si erano schierati apertamente contro il Caudillo, con il paradosso di alimentare ancor di più il lassismo occidentale, che sfociava addirittura in un malcelato favor per il franchismo da parte di Inghilterra e Stati Uniti (impauriti dal pericolo di una Spagna "rossa").
Ma la situazione di una Repubblica giovane come quella spagnola era assolutamente peculiare e come osservò correttamente Salvador de Madariaga a causa di "certi parallelismi piuttosto superficiali" si era finiti per portare sul suolo iberico "la guerra civile latente che l'Europa (...) [era] riuscita a scongiurare", almeno fino a quel momento.
Da una parte, si schieravano monarchici (con le simpatie del clero), nazionalisti e pseudo-fascisti, esercito e falangisti, all'ordine del generale Franco, rientrato dalle Canarie dove era stato inviato dal governo repubblicano per allontanarne la minaccia (tanto da venir ironicamente chiamato Miss Islas Canarias 1936 dagli altri componenti dello Stato maggiore).
Nella fazione repubblicana, in una coalizione altrettanto eterogenea, vi erano invece il Fronte popolare (il più interessato a far sì che il conflitto fosse avvertito all'estero come una crociata contro il fascismo), gli anarchici e i socialisti, i comunisti e la marina, uniti al grido di No pasaran!.
Le Brigate internazionali schierate al loro fianco erano poco addestrate e mal equipaggiate, ma diedero comunque del filo da torcere a Franco con una serie di estenuanti combattimenti casa per casa cui assistette anche Hemingway, che aveva smesso la veste di appassionato di corride per indossare quella di corrispondente.
Ma la guerra civile spagnola costituì anche un esperimento per valutare i rapporti di forza all'interno del blocco nazi-fascista: i soldati inviati da Mussolini, reduci dalle vittorie africane, riportarono cocenti sconfitte che determinarono il definitivo ribilanciamento degli equilibri a favore di Hitler, il quale auspicava che il conflitto durasse il più a lungo possibile proprio per tenere occupato il duce lontano dal cuore dell'Europa, dove il führer andava spiegando le sue manovre espansionistiche.
I nazisti furono peraltro responsabili di una delle più cruente azioni militari del conflitto, il bombardamento a tappeto e indiscriminato (il primo nella storia europea) di Guernica. Una strage, decisa per piegare la resistenza basca, che causò vittime soprattutto civili, il cui sconcerto e dolore vennero immortalati su tela da Picasso, in quello che resta uno dei suoi capolavori.
Guernica dimostrò per la prima volta in Europa le brutali potenzialità della guerra dei cieli e scosse profondamente le opinioni pubbliche, con i governi delle potenze democratiche che misero ancora una volta la testa sotto la sabbia (spesso con colpevole consapevolezza) credendo a inverosimili ricostruzioni che ipotizzavano un'autodistruzione della città per mano repubblicana.
La guerra terminò nel ’39 - alla vigilia di guai anche peggiori - con la vittoria di Franco e di Hitler (un po’ meno di Mussolini) e la sconfitta dei repubblicani, dell'Unione Sovietica e, soprattutto, delle democrazie occidentali, che avevano perso l'occasione di sconfiggere il fascismo perché troppo impaurite dalla prospettiva di schierarsi con Stalin, finendo così invece per appoggiare il fronte nazi-fascista, indirettamente e direttamente, come fece Chamberlain accordandosi con Mussolini.

La notte dei lunghi coltelli aveva dato a Stalin l'ispirazione per una delle più grandi e violente persecuzioni politiche che la storia ricordi: la grande purga, iniziata proprio nel ‘34, causò vari milioni di morti e altrettanti prigionieri reclusi nei gulag. Attraverso la sua polizia segreta Stalin creò un clima di terrore in cui nessuno poteva sentirsi al sicuro, giungendo così alla totale eliminazione di ogni forma di dissenso. In verità molte delle vittime erano innocenti, perseguite perché ritenute scomode (come gli esponenti di spicco del partito, quelli che avevano fatto la rivoluzione al fianco di Lenin) o per semplici congetture indimostrate (anche se ai processi fioccavano confessioni surreali, estorte con violenza da membri zelanti della polizia segreta, i quali, in un drammatico circolo vizioso, credevano di finire a loro volta nel mirino qualora non avessero trovato abbastanza "nemici del popolo").
Alcuni dei gulag di Stalin fecero più vittime di Auschwitz e ciononostante l'affetto del popolo verso il loro capo supremo non fu minimamente intaccato: anzi, la propaganda di Stato, che mai come in questa situazione seppe spiegare i suoi effetti sulla psiche delle persone, portò a risultati paradossali, quale quello di far credere a molte delle vittime che ciò che stava accadendo loro fosse impossibile, fidandosi più di quanto veniva scritto sui giornali che di quello che potevano vedere con i loro stessi occhi. Alcuni giunsero addirittura ad autoconvincersi che qualcosa dovevano pur aver fatto per essere finiti in quella situazione.
Il capitolo sulle epurazioni sovietiche è senza dubbio uno dei più sconvolgenti dell'intero saggio, grazie anche al magistrale stile pseudo-narrativo dell'autore.

Rieletto Roosevelt nel ‘36, soprattutto grazie al New Deal, gli USA continuarono a mostrare scarso coinvolgimento per quanto accadeva in Europa e nell'Asia orientale, vista la forza del movimento isolazionista.
Non vi era certezza sulle informazioni che giungevano dal di là dei due oceani e lo schierarsi nettamente comportava il rischio per Roosevelt di essere additato quale neo-bolscevico filo-sovietico piuttosto che pretendente al ruolo di dittatore del Nuovo continente.

Le olimpiadi di Berlino del '36 furono utilizzate dal führer come massimo momento di propaganda del regime, in questa occasione volto a mostrare al resto del mondo una Germania più aperta, internazionalista e meno sciovinista di quanto venisse dipinta.
I giochi contribuirono a creare quel clima di surreale approvazione di cui Hitler godeva presso alcuni insospettabili uomini di Stato occidentali, soprattutto inglesi, che etichettavano le notizie negative sul nazismo come false o gonfiate, lasciandosi ammaliare dalla natura di uomo d'ordine del führer.
In questo contesto di lassismo da parte di Francia e Inghilterra, Hitler poté così portare a compimento l'Anschluss, ricevendo consensi (dopo un'iniziale forte avversione) dal popolo austriaco che dimostravano come fosse facile per il nazismo suscitare fascino nelle folle.
Dopo l'Austria (ove si consumò anche la più bieca caccia all'ebreo, almeno fino a quel momento) fu la volta della Cecoslovacchia, con un'arroganza e un senso di impunità da parte nazista che raggiunse l'apice: Francia e Inghilterra erano state concessive e concilianti fino all'umiliazione, celata dietro il desiderio di pace e l'apparente limitatezza delle rivendicazioni naziste.
Nel clima di tensione sollevato dal führer in Europa, l'Italia fascista aveva costantemente tentennato tra l'appoggio a Hitler e la diffidenza verso i tedeschi, soprattutto dopo l'Anschluss.
Le sontuose visite dei due dittatori nei rispettivi Paesi si erano susseguite, spingendo verso un'alleanza che sembrava inevitabile. A Monaco, nella conferenza che aveva spianato la strada ad Hitler per l'invasione della Cecoslovacchia, Mussolini era passato per il salvatore della pace in Europa, quando in realtà si era comportato come un luogotenente del führer, pronto a perorare la sua causa nei confronti di Daladier e Chamberlain.
Quando Hitler occupò militarmente Praga, andando ben oltre le intese di Monaco, un duce risentito rispose con l’invasione dell'Albania, già protettorato italiano: ma mentre i nazisti avevano conquistato una nazione dall'importante produttività industriale e ricca di risorse, l'Italia aveva attaccato a mero scopo simbolico una nazione estremamente povera e strategicamente inutile.
Il Patto d'acciaio del maggio ‘39 sancì la formalizzazione dell'alleanza nazi-fascista, con l'impegno dell'Italia a intervenire a fianco della Germania in caso di guerra. Ma un duce sempre più titubante (ad esempio per l'accordo tra Germania e Unione Sovietica che aveva gettato alle ortiche anni di anti-comunismo) si preparava a non rispettare l'intesa, facendo venire a galla il colossale bluff fascista: dopo quasi un ventennio di ostentato militarismo e proclami bellici, l'Italia si scopriva completamente impreparata per una guerra impegnativa (come era del resto emerso in Etiopia e soprattutto in Spagna), possedendo armamenti arretrati e mancando in misura sufficiente delle risorse fondamentali per far funzionare la macchina bellica (dal carburante per le navi alle armi e munizioni).

Daladier e Chamberlain passeranno alla storia come gli oltranzisti della pace (dis)onorevole, coloro che per evitare di scendere in guerra subito furono costretti a farlo successivamente (dopo aver sacrificato Austria e Cecoslovacchia) quando Hitler si era congruamente armato e difeso dal pericolo sovietico.
In Inghilterra emergerà la figura di Churchill, inizialmente tenuto fuori dal governo da Chamberlain perché negli anni precedenti al conflitto (dopo un'iniziale ammirazione per Mussolini) si era mostrato il politico più intransigente verso la scriteriata logica delle concessioni a oltranza a favore delle dittature continentali.

L'evento politicamente più importante del ‘39 e in generale dell'ultima parte degli anni Trenta fu indubbiamente la firma del patto di non aggressione tra Germania e Unione Sovietica.
Mussolini e il Giappone rimasero basiti dall'audacia della realpolitik nazista. Sul fronte opposto, i comunisti di tutto il mondo furono profondamente delusi dal cinismo mostrato da Stalin.
Chamberlain e Daladier videro sconfitta la loro politica conciliante e concessiva, trovandosi improvvisamente all’angolo per effetto di un patto che rendeva pressoché inevitabile un conflitto che ancora nell’estate del ’39 speravano di scaricare tra quelle due nazioni che invece ora si impegnavano alla non aggressione reciproca.
Sia Hitler che Stalin erano intimamente convinti di aver messo nel sacco il rivale, almeno temporaneamente. Il führer si troverà la strada spianata per l'invasione della Polonia, l'evento che, in quel fatidico 1° settembre del ‘39, causerà l'inizio di un conflitto ormai ineluttabile.

I primi quattro mesi della seconda guerra mondiale chiudono un decennio fondamentale della storia contemporanea, raccontato da Brendon in modo magistrale e con un'accuratezza di approfondimenti e ricerca storica davvero notevole.
L'autore illustra alcuni episodi storici con una dovizia di particolari che ricorda le descrizioni dei romanzi, facendo emergere l'ampiezza del proprio apparato di fonti, che parte dai quotidiani e dai reportage, per passare a memorie personali dei protagonisti e solo saltuariamente ad analisi storiche successive.
Brendon è stato responsabile dei Churchill Archives, personaggio a cui dedica in realtà non molte pagine.
La sua è un'opera monumentale, che si legge come un romanzo ed affascina per la sua coralità.
I vari capitoli si focalizzano sulle principali nazioni protagoniste di quegli anni (Germania, Italia, Stati Uniti, Francia, Inghilterra, Giappone e, marginalmente, Cina), con una coesione che tuttavia non lascia avvertire eccessivi stacchi tra l’uno e l’altro.
Come confessa lo stesso autore, alcune materie ed ambiti non sono stati trattati adeguatamente: quello scientifico, culturale ed artistico (anche se ci sono alcune interessanti pagine sull’età dell’oro hollywoodiana), nonché quello attinente la condizione della donna.
Ed infatti il libro di Brendon è fortemente incentrato su due materie, la politica e l'economia, quest’ultima assoluta co-protagonista, considerato il ruolo di primo piano che ebbe negli anni Trenta la Grande Depressione, risultata uno dei catalizzatori dei totalitarismi (e dell’indulgenza delle democrazie nel contrastarli).
In ciò il saggio lancia un chiaro monito: il pericolo che si cela quando la crisi economica trova conforto nel populismo.

Nessun commento: