12 marzo 2017

Naziskino, ebrei ed altri erranti, di Ugo Casiraghi

Naziskino, ebrei ed altri erranti, di Ugo Casiraghi

Anno di prima pubblicazione: 2010

Edito da: Lindau

Voto: 8/10

Pagg.: 276

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Quando si pensa al cinema di regime ai tempi della Germania nazista ci si ricorda solitamente di Leni Riefenstahl e dei suoi due più importanti film-documentario in cui celebrava, rispettivamente, il congresso di Norimberga del 1934 e le Olimpiadi di Berlino del 1936.
Ma il cinema di propaganda nazionalsocialista non fu ovviamente soltanto questo, come ci illustra Ugo Casiraghi in questo interessante saggio, pubblicato postumo nel 2010. 

L'autore comincia l'analisi del cinema tedesco della prima metà del Novecento partendo dall'espressionismo, uno dei pilastri artistici del cinema muto europeo.
Passa dunque in rassegna la vita e le sorti di quei protagonisti del cinema mitteleuropeo che, tra gli anni Venti e gli anni Trenta, migrarono verso la nuova mecca californiana.
A Hollywood finirono grandi registi, sceneggiatori e interpreti, maschili e femminili.
Ci andarono per motivi diversi: chi attirato dai soldi e dallo Studio System (Erich von Stroheim, Josef von Sternberg, Ernst Lubitsch, Friedrich W. Murnau, Marlene Dietrich), chi - più tardi - per fuggire dal nazismo (Fritz Lang, Bertolt Brecht, Otto Preminger).
Particolare è il caso di Georg Wilhelm Pabst, che si allontanò dalla Germania nazista per poi incredibilmente tornarvi nel 1939, accettando l'invito di Goebbels a lavorare per il Terzo Reich.
Ben prima di tali migrazioni di registi e attori austro-tedeschi si era trasferito in California un gruppo di ebrei del Centro Europa che aveva di fatto fondato Hollywood, creando quelle che diventeranno le maggiori case produttrici statunitensi: Samuel Goldwyn e Louis B. Mayer, Carl Laemmle (fondatore della Universal), William Fox, i fratelli Warner, Adolph Zukor (Paramount) e Harry Cohn (Columbia).

La parte centrale del libro, quella più interessante e consistente, si occupa della Germania degli anni di Hitler. Naziskino è il provocatorio titolo del capitolo, che fonde il prefisso ispirato al movimento nazionalsocialista al suffisso kino, che richiama l'etimologia di cinema (dalla parola greca che indicava il movimento).
Casiraghi ricorda più volte come Hitler e Goebbels fossero due veri e propri cinefili, che studiavano i film di Hollywood con l'ambizione di replicarli (e superarli) in terra tedesca. Ma il volere del Führer e del suo stretto collaboratore era soprattutto quello di piegare il mezzo cinematografico alle intenzioni propagandistiche. Ecco dunque il ruolo della Riefenstahl, con i già accennati Triumph des Willens e Olympia, ma anche di una nutrita schiera di meno noti registi che fornirono a Goebbels le armi per la sua battaglia da combattere dentro i cinema del Reich.
Il regime tedesco produsse anche, nei primi anni quaranta, due dei film più abietti della storia del cinema: entrambi di profondo contenuto antisemita, Süss l'ebreo e L'eterno ebreo (più noto come L'ebreo errante) rappresentano due dei punti più bassi toccati dalla settima arte nel Novecento.
Quando la sconfitta in guerra della Germania iniziava a farsi sempre più vicina e probabile, il cinema nazista diventava meno celebrativo e più attento alla questione della resistenza ad oltranza, magari accennando alle presunte super-armi promesse da Hitler per volgere le sorti del conflitto a favore dei tedeschi.
Sta di fatto che la produzione dell'ultimo film richiesto da Goebbels, dall'arrendevole titolo La vita continua, fu interrotto dall'arrivo delle truppe sovietiche negli studi della UFA.
Chiude questo pregevole libro - che ha tra i suoi maggiori meriti una chiarezza espositiva non sempre così facile da riscontrare - un capitolo sul cinema Yiddish, la cui sorte non poteva che ricalcare quella degli ebrei mitteleuropei che parlavano tale idioma, e un'interessante appendice sul cinema di regime sovietico ai tempi di Stalin.

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